Chi siamo

PAULA BAUDET VIVANCO

Sono una giornalista iscritta all’Ordine del Lazio, dal 2010 Segretaria nazionale dell'Ansi (Associazione nazionale Stampa interculturale), gruppo di specializzazione della Federazione nazionale della Stampa italiana. Nel 2005 ho fondato l’organizzazione di figli di immigrati “Rete G2 –seconde generazioni” di cui ho curato per i primi cinque anni le strategie di Comunicazione. Sono stata membro della Consulta “per i problemi degli stranieri immigrati e delle loro famiglie”, presso il ministero della Solidarietà sociale ed ho partecipato alle riunioni dell'“Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale”, presso il ministero dell’Istruzione. Sono stata l’unica giornalista di passaporto straniero ad aver partecipato ai lavori di stesura del codice deontologico dei giornalisti “Carta di Roma” (2007), dopo le cronache della “strage di Erba”. Ho coordinato il percorso di fondazione dell'associazione Carta di Roma, su mandato diretto della Presidenza della Federazione nazionale della Stampa italiana e indicazione dell’allora portavoce dell'Unhcr, Alto Commissariato Onu per i rifugiati con l’obiettivo di far applicare il codice deontologico siglato da Fnsi e Cnog (Consiglio nazionale Ordine dei giornalisti).

Sono stata consulente e successivamente redattrice del settimanale “Metropoli – Il giornale dell’Italia multietnica” e collaboratrice di “D – La Repubblica delle donne”, entrambi supplementi del quotidiano nazionale “La Repubblica”, gruppo editoriale l’Espresso. Ho collaborato anche con la rivista “Internazionale”, editore Internazionale srl ed ha curato la rubrica “Made in Italy” per lo street journal “Terre di mezzo”, editore Carta armata, Milano, Italia. Ho fatto parte dell’equipe dell’Idos (Dossier statistico immigrazione), curando e firmandone il capitolo su Media italiani e immigrazione negli anni 2014 e 2016 ed ho curato un capitolo del Rapporto Immigrazione 2016 “Nuove generazioni a confronto” di Caritas e fondazione Migrantes. Nel 2016 sono stata tra i fondatori del movimento #Italianisenzacittadinanza, di cui curo le strategie di Comunicazione e che rappresento nell'Osservatorio per l'integrazione degli alunni stranieri e l'intercultura, presso il ministero dell'Istruzione.

MARWA MAHMOUD

Quando mi chiedono se mi sento più italiana o più egiziana è come se mi chiedessero di scegliere tra papà e mamma….eh sì….da una parte Mamma Egitto mi ha messo al mondo, dall’altra Papà Italia mi ha cresciuta. In me scorre sangue di papà e mamma, a volte, a seconda dei contesti, mi sento più egiziana o mi sembra di esser molto più prossima alla cultura egiziana, altre volte mi sento italianissima e mi tradisce persino il mio accento emiliano...o almeno così dicono.

Quando vado in Egitto sono al italiya, l’italiana, perché persino per i miei familiari sono una diversa.  Ai loro occhi ragiono, gesticolo e vivo come un’occidentale. Ma per gli occidentali sono e resto l’egiziana, una straniera. A volte ci resto male, ma per lo più mi diverto, mi diverte gestire lo shock culturale e rispondere al “sai parlare bene italiano!” con un “sì anche tu!” Sapete la gente si aspetta di sentirsi dire ciò che vuole, ciò che immagina così come l’ha categorizzato, vuole trovare conferma nel proprio clichè, nel proprio stigma…. per star serena, per aver controllo su ciò che la circonda e io….io..basta guardarmi in faccia...son tutto fuorchè la conferma di un clichè.

Io penso, canto, scrivo e sogno in italiano. Indosso un velo ma ciò non mi sottrae femminilità, libertà e capacità d’essere e di fare ciò che voglio.

Risulto quindi poco definibile. Non categorizzabile. In tutto e per tutto: nome arabo, origini africane, donna, mamma e persino attivista per i diritti civili e sociali  perchè sapete Io ho prestato fedeltà alla Costituzione italiana ...

“Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana e di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato”.

Capita spesso però che il fiocco azzurro o rosa si trasformi, per i bambini figli di migranti, in un permesso di soggiorno che depennerà ogni loro naturale senso di legame al luogo dove sono nati e di uguaglianza alla loro generazione di appartenenza.

Ecco che i bambini senza cittadinanza italiana come gli ignavi dell’Inferno dantesco si trovano costretti a vagare alla ricerca di un'identità orfana di un territorio di appartenenza, ancorché stranieri nel Paese di origine dei genitori dove nessuno li conosce e li capisce, stranieri ovunque e comunque.

 Il loro peccato originale si chiama no- ius soli, la loro colpa è avere genitori stranieri, il loro sbaglio è essere nati qui ed ora, il loro destino è vivere da stranieri nel Paese di nascita, ma la loro fortuna è avere un'identità multiculturale ed essere poliglotti di default.

I figli dei migranti sono un milione di italiani di fatto, ma non di diritto. Tre su quattro sono nati qui nel Belpaese. In questo Paese si consuma la nostra intera esistenza.

Qui impariamo a camminare, a parlare, cresciamo, studiamo e lavoriamo proprio come tutti i nostri coetanei che la cittadinanza italiana l’hanno ereditata per legge dai propri genitori. Legge che però condanna noi a restare estranei nella nostra nazione perchè chi ci ha messo al mondo è Straniero.

Come si può dunque pensare che io sia come una copia, una replica in tutto e per tutto dei miei genitori. E’ sbagliato proiettare su di me (sui figli dei migranti) l’eredità sociale, culturale e religiosa dei miei genitori. Così com’è assurdo sostenere che un giovane europeo sia la replica tout court dei propri genitori.

....veniamo definiti ancor prima di definirici…

ADA UGO ABARA

Il mio nome è Ada Ugo Abara, ho 25 anni e sono cresciuta in una piccola cittadina fuori Treviso chiamata San Biagio di Callalta. Lì mi sono sempre sentita a casa, e a San Biagio, tra scuola, amici e catechismo, sono diventata un po' italiana. 

Mi spiego meglio, mi sento italiana a tutt gli effetti, tutti mi considerano italiana ma la verità p che non lo sono ancora. Non importa che siano passato ormai 15 anni da quel lontano 2002 in cui, da bimba in procinto di iniziare la quinta elementare, mia madre mi ha portato in Italia. Si potrebbe dire che sono italiana a metà. scissa tra ciò che sento di essere (italiana doc al 100% che canta canzoni in dialetto e viene presa in giro per l'accento veneto) e il ruolo che mi attribuisce lo Stato italiano. Per le istituzini io sono una cittadina nigeriana, giunta con un nomrlae ricongiungimento familiare, ancora oggi OSPITE dello stato. Dico ospite perché quando vado in alcuni uffici per delle pratiche, gli impiegati mi chiedono il motivo della mia peramanenza in Italia, come se non fosse casa mia. 

Non importa a nessuno se i miei titoli sono tutti italiani e se potrei rappresentare un'eccellenza italiana, ambascitrice della cultura all'estero. Tutto ciò che vedono è il mio luogo di nascita e il colore della mia pelle, come se fossero incisi sulla mia fronte. Poco importa mi sono laureata con lode sia alla triennale in scienze politiche che alla magistrale in cooperazione e sviluppo; poco importa se ho trascorso più della metà della mia vita in Italia. IO SONO NIGERIANA. Punto. Questo me lo ricordo bene, e me lo ricordano le innumerevoli volte in cui ho rinunciato a sogni e opportunità perché non ero ancora italiana. Mi ricordo le sveglie alle 5 per andare a fare la fila in questura; ricordo la graduatoria separata per studenti stranieri il primo anno di università e la scritta "idonea ma non beneiciaria". Che ironia! E' un po' la storia della mia vita. Potrei essere Italiana ma non lo sono; sono idonea ma non ancora beneficiaria.

 

ANIA TARASIEWICZ

Sono Ania, ho quasi 28 anni e sono arrivata in Italia all’età di 11 anni, nel cuore della Ciociaria, per ricongiungermi con mia madre e mio fratello. Sono nata in Polonia, in una piccola città del Nord Est, nel pieno della transizione democratica polacca: erano anni difficili e instabili ma anche pieni di curiosità verso il mondo e di apertura verso il nuovo. Qui ho vissuto i primi anni della mia infanzia insieme ai miei nonni, che mi hanno trasmesso i valori della solidarietà, dell’etica e il rispetto per il prossimo, specialmente per i più deboli, mentre mia madre aveva deciso di andare in Italia per cercare un futuro migliore per me. Arrivata in Italia ho scoperto un nuovo mondo, che da una parte mi spaventava dall’altra però ho capito che il destino ha voluto che la mia crescita proseguisse in Italia e che sarebbe per me una grande sfida conciliare le mie due appartenenze culturali. Ed è proprio in Italia che ho vissuto tutte le esperienze che mi hanno segnato e che mi hanno fatto diventare quella che sono ora: il mio primo bagno in mare, le prime esperienze amorose, le amicizie, i miei sogni, le mie speranze, le delusioni, l’entusiasmo e la fiducia, la condivisione, i legami, le relazioni, la buona cucina italiana. Il mio amore e senso di appartenenza per l’Italia è stato un processo spontaneo come crescere. I limiti e le difficoltà erano tante ma ho sempre creduto che lo studio e l’incontro fossero i due strumenti più importanti per il riscatto, per l’integrazione e per l’autodeterminazione. Amo la cultura italiana, mi meraviglia continuamente per la sua ricchezza, la vivo quotidianamente e intensamente come una storia d’amore, e mi sono lasciata plasmare da essa intrecciando le mie origini con il contesto che mi ha cresciuto. Il mio primo ostacolo incontrato in Italia era quello di comunicare, e così mi sono focalizzata sullo studio della lingua per apprenderla al più presto e successivamente ho deciso di proseguire i miei studi all’università, scegliendo di specializzarmi proprio nell’ambito della comunicazione, nella convinzione che questo campo sia una sfida continua, dove non si smette mai di imparare. Comunicare è la sfida più difficile dei nostri tempi, ma anche la più entusiasmante perché nella voglia di comunicare è sempre presente la voglia di condividere e di fare un pezzo di strada assieme, aiutandosi nelle difficoltà reciprocamente, creando così l’appartenenza a una comunità. La scelta di fare l’università per quanto sia stata la scelta che rifarei mille volte perché mi ha aperto la mente e di cui sono grata e orgogliosa, ha precluso però l’ottenimento della cittadinanza italiana, in quanto pur essendo cittadina di un paese comunitario, la mancanza di una fonte di reddito stabile dovuto anche a una situazione lavorativa precaria (comune ormai a tutti i ragazzi) mi impedisce di raggiungere i requisiti richiesti dall’attuale legge che non riconosce il valore dello studio, della crescita e della formazione culturale avuto luogo in Italia nei 17 anni che sono qui, e secondo me è una grave ingiustizia, perché il senso di appartenenza alla cultura italiana non va misurata con il reddito prodotto (specialmente quando si tratta di ragazzi che hanno voluto studiare proprio per essere uguali ai loro compagni, e come loro incontrano le stesse problematiche nel mondo del lavoro) ma piuttosto con lo studio e il legame che si è instaurato con la società nella quale sono immersi. Per questo ho deciso di far par parte del movimento “Italiani senza cittadinanza”: ho capito che ci sono tanti altri ragazzi, di diverse origini ma tutti cresciuti in Italia, che hanno incontrato gli stessi ostacoli e che sentono quello che sento io, e che ci sono tantissimi bambini che come noi, arrivati all’età adulta capiranno di essere stranieri per la legge che gli paragona a “stranieri” o “immigrati”, quando sono italiani in tutto e per tutto, perché è qui che si è formata la loro persona, il loro carattere, la loro identità culturale. La legge deve riconoscere tutto ciò.    

BENEDICTA DJUMPAH

Mi chiamo Benedicta Djumpah un' Italiana, per essere più precisi una Bresciana, con origini Ghanesi. Una studentessa che ha vissuto in Inghilterra per motivi di studio, per sentirsi più europea e trovare se stessa. Un'attivista del movimento Italiani Senza Cittadinanza che è riuscita a conciliare le sue identità, tra cui quella d'Italiana, per essere più precisi di Afroitaliana. Ho scelto di essere un'attivista, perché come io sono stata in grado di conciliare le mie identità, mi piacerebbe che l'Italia ormai pluriculturale, facesse lo stesso.